I suoi detrattori lo chiamano «don Rafè», quel don però non gli rende giustizia. Ormai è molto di più l´ex democristiano nato a Grammichele che l´arte della politica l´ha assorbita alla corte di Calogero «Lillo» Mannino, il padrino suo e pure di Cuffaro. Con lui, tutti e due sono scesi nell´arena siciliana.
Quasi un legame di sangue, una «storia» comune, fedeli servitori dell´ex ministro di Sciacca nella buona e nella cattiva sorte, nei favolosi anni ‘80 e nei tormentati anni ‘90. Quando entra alla Regione per la prima volta come deputato Cuffaro, il catanese algido è assessore agli Enti Locali. Sembra lanciato nello spazio. E´ però il 1992, Tangentopoli. Ad aprile i carabinieri lo vanno a prendere a casa. L´accusa è quella che la sua segretaria avrebbe rivelato, qualche giorno prima a qualcuno, i temi di un concorso per un posto in una Asl. E´ abuso di ufficio. Lo condannano in primo grado, lo assolvono in appello.
Due anni dopo, nel 1994, torna in carcere per una vicenda di tangenti che alla fine però diventano «regali». Nell´inchiesta c´è il ministro della Difesa Salvò Andò, ci sono Nicolosi e Drago, c´è l´ex presidente dell´Inter Ernesto Pellegrini che si accaparra un appalto per la fornitura di pasti in un ospedale di Catania in cambio di denaro. Pellegrini patteggia, gli altri se la cavano.
Cade l´associazione per delinquere, la corruzione si trasforma nel reato di finanziamento illecito ai partiti, dopo un po´ è già tutto prescritto. E´ la stagione in cui su Catania domina un comitato d´affari. E´ in quegli anni che Lombardo si inabissa, scompare, diventa invisibile. Ritorna quando capisce che può tornare. Ed entra nell´Udc. Fa la sponda a Cuffaro. Si fa eleggere deputato europeo, poi vicesindaco di Catania, poi ancora presidente della Provincia. C´è già l´Mpa.
Che cos´è, una Lega del Sud? «Io voglio riportare la questione meridionale al centro del dibattito politico, al Sud sono tutti stufi», esordisce Lombardo. Chiede «zone franche» per la Sicilia, parla di federalismo, con i suoi marcia sullo Stretto di Messina per protestare contro il Ponte che non si fa più. E intanto raccatta voti in ogni provincia, si fa amici a Caltanissetta, a Ragusa, a Enna e a Siracusa. Nella sua Catania ha già fatto il pieno. Nelle aziende ospedaliere, fra i precari (ne fa assumere duemila), nelle amministrazioni pubbliche, Lombardo guarda lontano. Il suo amico Totò è già incriminato per favoreggiamento alla mafia, il processo chissà come andrà a finire. Si prepara.
martedì 18 marzo 2008
giovedì 21 febbraio 2008
Il tesoro
Una parte del “tesoro” dei boss Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo, per un valore di circa 150 milioni di euro, è stato posto sotto sequestro dai poliziotti della sezione misure di prevenzione della questura di Palermo su disposizione dei giudici del Tribunale di Palermo su richiesta del procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e del sostituto Gaetano Guardì.
L'operazione, denominata “Secrets business”, ha posto sotto sequestro beni riconducibili ad Andrea Impastato, 60 anni, arrestato due anni fa per mafia e ritenuto dagli investigatori prestanome dei due capimafia. Sotto sequestro, fra gli altri beni, anche centinaia di immobili, numerose villette a San Vito Lo Capo, una delle più località balneari della Sicilia, in provincia di Trapani. Sequestrata anche una cava di materiale inerte tra Carini e Montelepre.
Il patrimonio immobiliare sequestrato supera i 114 milioni di euro, posti sotto sequestro anche 21 fra autocarri ed autoveicoli per un valore di oltre 2 milioni, 5 società per un valore di 30 milioni e 200mila euro e 27 fra conti correnti, libretti di deposito e buoni per un valore di un milione e mezzo di euro.
«Sequestrare i beni dei boss mafiosi – ha commentato il vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia, il deputato del Pd Giuseppe Lumia – è la via maestra per colpire al cuore Cosa nostra, anche da punto di vista simbolico. Per questo l'operazione di oggi è estremamente importante e rappresenta un duro colpo alla mafia e alla zona grigia che le permette di riciclare i capitali di provenienza illecita».
Pubblicato il: 21.02.08
Modificato il: 21.02.08 alle ore 18.19
L'operazione, denominata “Secrets business”, ha posto sotto sequestro beni riconducibili ad Andrea Impastato, 60 anni, arrestato due anni fa per mafia e ritenuto dagli investigatori prestanome dei due capimafia. Sotto sequestro, fra gli altri beni, anche centinaia di immobili, numerose villette a San Vito Lo Capo, una delle più località balneari della Sicilia, in provincia di Trapani. Sequestrata anche una cava di materiale inerte tra Carini e Montelepre.
Il patrimonio immobiliare sequestrato supera i 114 milioni di euro, posti sotto sequestro anche 21 fra autocarri ed autoveicoli per un valore di oltre 2 milioni, 5 società per un valore di 30 milioni e 200mila euro e 27 fra conti correnti, libretti di deposito e buoni per un valore di un milione e mezzo di euro.
«Sequestrare i beni dei boss mafiosi – ha commentato il vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia, il deputato del Pd Giuseppe Lumia – è la via maestra per colpire al cuore Cosa nostra, anche da punto di vista simbolico. Per questo l'operazione di oggi è estremamente importante e rappresenta un duro colpo alla mafia e alla zona grigia che le permette di riciclare i capitali di provenienza illecita».
Pubblicato il: 21.02.08
Modificato il: 21.02.08 alle ore 18.19
lunedì 11 febbraio 2008
sabato 9 febbraio 2008
Patti con la mafia non ne ho mai fatti
Palermo, 13:57
MAFIA: MANNINO, "NESSUN PATTO CON I CLAN"; FRECCIATE A ORLANDO
"Patti con la mafia non ne ho mai fatti, per i miei principi e perche' non avevo ragione di farne. Sono un siciliano della Sicilia occidentale, ma di genitori che sono di entrambe le due zone dell'Isola, sono nato in Eritrea, sin da bambino ho capito il dramma della Sicilia". Cosi', ribadendo di non avere stipulato alcun "patto, nessun accordo formale o informale, meno che mai nel 1992", si e' difeso l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, oggi senatore dell'Udc, sotto processo per concorso in associazione mafiosa. Al termine della deposizione del pentito Francesco Campanella, ascoltato dalla seconda sezione della Corte d'appello di Palermo, in trasferta a Torino per motivi di sicurezza del collaborante, Mannino ha preso la parola per rendere dichiarazioni spontanee e replicare al pentito, che gli aveva attribuito, ieri, un patto politico-mafioso per ottenere voti nel 1992, per se' o per uomini della sua corrente. Quella del senatore e' stata una ricostruzione approfondita del periodo storico di cui aveva parlato Campanella, che ha detto di essere stato collaboratore della segreteria politica di Mannino, "anche se - ha poi replicato l'imputato - io francamente non me lo ricordo, perlomeno con riferimento al periodo '90-'92'.
MAFIA: MANNINO, "NESSUN PATTO CON I CLAN"; FRECCIATE A ORLANDO
"Patti con la mafia non ne ho mai fatti, per i miei principi e perche' non avevo ragione di farne. Sono un siciliano della Sicilia occidentale, ma di genitori che sono di entrambe le due zone dell'Isola, sono nato in Eritrea, sin da bambino ho capito il dramma della Sicilia". Cosi', ribadendo di non avere stipulato alcun "patto, nessun accordo formale o informale, meno che mai nel 1992", si e' difeso l'ex ministro democristiano Calogero Mannino, oggi senatore dell'Udc, sotto processo per concorso in associazione mafiosa. Al termine della deposizione del pentito Francesco Campanella, ascoltato dalla seconda sezione della Corte d'appello di Palermo, in trasferta a Torino per motivi di sicurezza del collaborante, Mannino ha preso la parola per rendere dichiarazioni spontanee e replicare al pentito, che gli aveva attribuito, ieri, un patto politico-mafioso per ottenere voti nel 1992, per se' o per uomini della sua corrente. Quella del senatore e' stata una ricostruzione approfondita del periodo storico di cui aveva parlato Campanella, che ha detto di essere stato collaboratore della segreteria politica di Mannino, "anche se - ha poi replicato l'imputato - io francamente non me lo ricordo, perlomeno con riferimento al periodo '90-'92'.
Campanella al processo Mannino. Riprende oggi l'udienza
Palermo, 10:14
MAFIA: PROCESSO MANNINO, RIPRESA L'UDIENZA A TORINO
E' ripresa, nell'aula grandi processi del palazzo di giustizia di Torino, l'udienza del dibattimento contro l'ex ministro Dc Calogero Mannino. Davanti ai giudici della seconda sezione della Corte D'appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua, in trasferta per motivi di sicurezza, il pentito Francesco Campanella - l'ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, autore della falsa carta d'identita' con cui Bernardo Provenzano ando' a farsi operare in Francia - sta rispondendo alle domande dell'avvocato Salvo Riela, che con Grazia Volo assiste l'attuale senatore dell'Udc, presente in aula.
MAFIA: PROCESSO MANNINO, RIPRESA L'UDIENZA A TORINO
E' ripresa, nell'aula grandi processi del palazzo di giustizia di Torino, l'udienza del dibattimento contro l'ex ministro Dc Calogero Mannino. Davanti ai giudici della seconda sezione della Corte D'appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua, in trasferta per motivi di sicurezza, il pentito Francesco Campanella - l'ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, autore della falsa carta d'identita' con cui Bernardo Provenzano ando' a farsi operare in Francia - sta rispondendo alle domande dell'avvocato Salvo Riela, che con Grazia Volo assiste l'attuale senatore dell'Udc, presente in aula.
martedì 5 febbraio 2008
Su cinquemilioni di abitanti, in Sicilia, sono solo 1 milione e mezzo gli occupati
Presentato il report "Sud, tra spazzatura e denuncia"
La disoccupazione è ai massimi storici e la sua stima reale è diversa da quella sin qua rappresentata dai dati ufficiali. Preoccupante anche l'incapacità della classe politica di spendere i fondi Ue che negli anni sono stati inviati per incentivare la crescita del Sud Italia. Proprio stamani la Corte dei Conti ha conteggiato in 24 milioni di euro la somme che negli anni sono state frodate e ora sono da recuperare.
Il report Sud della Fondazione Curella, elaborato dal Diste, non lascia scampo. Su cinquemilioni di abitanti, in Sicilia, sono solo 1 milione e mezzo gli occupati: il tasso di dispoccupazione, epurato dalle persone che oramai non cercano più lavoro, è del 24,71%.
Una cifra molto lontana da quel 12,40% che sinora era stata dato in pasto all'opinione pubblica (la cui differenza risulta dalla diversa modalità di calcolo). La media per l'intero Meridione è invece del 20,69%, solo del 5,71% per il Centro-Nord e il 10,47% quello nazionale. Sono invece 280mila, nell'Isola, le persone che oramai non cercano più lavoro, nonostante siano disoccupate. "Questi dati sono noti agli addetti ai lavori, ma viene nascosto all'opinione pubblica - dice Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella. Nel Mezzogiorno sembrerebbe emergere più che lo scoraggiamento, la disillusione e la rassegnazione".
"E' un dato sconsolante - dice Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia. Bisogna che la politica faccia un passo indietro e lasci alle imprese la possibilità di stare sul mercato".
L'altro dato non in linea con le comunicazioni che, in questi ultimi anni, sono state date dai palazzi della politica, riguarda la spesa relativa alle risprse messe a disposizone della'Ue. I Piani operativi regionali hanno avuto un livello di spesa medio pari solo al 62,87%.
Quanto all'andamento economico, lo studio rivela come i dati delle regioni settentrionali siano assolutamente diversi da quelli del Mezzogiorno. Cresce poco il Pil nel 2007, solo l'1,5%, nel Mezzogiorno, rispetto a quello nazionale (1,8%). Rallentano l'agricoltura (-1,5%) mentre sale l'industria (1,8%) e i servizi (+1,6%). E ancora, decelerano gli investimenti, rimane bassa la spesa pro-capite delle regioni nella sanità, si deteriora la qualità del credito, si riduce l'import ma aumenta l'export del Mezzogiorno. Le conseguenze sono tutte sullo stato di salute delle famiglie italiane: rimane debole la dinamica dei consumi.
Giuseppe De Simone (5 feb 08)
La disoccupazione è ai massimi storici e la sua stima reale è diversa da quella sin qua rappresentata dai dati ufficiali. Preoccupante anche l'incapacità della classe politica di spendere i fondi Ue che negli anni sono stati inviati per incentivare la crescita del Sud Italia. Proprio stamani la Corte dei Conti ha conteggiato in 24 milioni di euro la somme che negli anni sono state frodate e ora sono da recuperare.
Il report Sud della Fondazione Curella, elaborato dal Diste, non lascia scampo. Su cinquemilioni di abitanti, in Sicilia, sono solo 1 milione e mezzo gli occupati: il tasso di dispoccupazione, epurato dalle persone che oramai non cercano più lavoro, è del 24,71%.
Una cifra molto lontana da quel 12,40% che sinora era stata dato in pasto all'opinione pubblica (la cui differenza risulta dalla diversa modalità di calcolo). La media per l'intero Meridione è invece del 20,69%, solo del 5,71% per il Centro-Nord e il 10,47% quello nazionale. Sono invece 280mila, nell'Isola, le persone che oramai non cercano più lavoro, nonostante siano disoccupate. "Questi dati sono noti agli addetti ai lavori, ma viene nascosto all'opinione pubblica - dice Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella. Nel Mezzogiorno sembrerebbe emergere più che lo scoraggiamento, la disillusione e la rassegnazione".
"E' un dato sconsolante - dice Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia. Bisogna che la politica faccia un passo indietro e lasci alle imprese la possibilità di stare sul mercato".
L'altro dato non in linea con le comunicazioni che, in questi ultimi anni, sono state date dai palazzi della politica, riguarda la spesa relativa alle risprse messe a disposizone della'Ue. I Piani operativi regionali hanno avuto un livello di spesa medio pari solo al 62,87%.
Quanto all'andamento economico, lo studio rivela come i dati delle regioni settentrionali siano assolutamente diversi da quelli del Mezzogiorno. Cresce poco il Pil nel 2007, solo l'1,5%, nel Mezzogiorno, rispetto a quello nazionale (1,8%). Rallentano l'agricoltura (-1,5%) mentre sale l'industria (1,8%) e i servizi (+1,6%). E ancora, decelerano gli investimenti, rimane bassa la spesa pro-capite delle regioni nella sanità, si deteriora la qualità del credito, si riduce l'import ma aumenta l'export del Mezzogiorno. Le conseguenze sono tutte sullo stato di salute delle famiglie italiane: rimane debole la dinamica dei consumi.
Giuseppe De Simone (5 feb 08)
domenica 3 febbraio 2008
giovedì 31 gennaio 2008
I soldi vanno e vengono
SEQUESTRATI 300 MLN BENI A PRESTANOME MESSINA DENARO(AGI) - Palermo, 31 gen. - Il provvedimento cautelare patrimoniale e' stato firmato dal gip Donatella Puleo, a conclusione delle indagini coordinate dai procuratori aggiunti Giuseppe Pignatone e Roberto Scarpinato e dai costituti Michele Prestipino, Marzia Sabella, Roberto Piscitello e Costantino De Robbio. Il sequestro riguarda in particolare quote sociali della societa' "Grigoli distribuzione srl", per un valore di 14 milioni di euro, e inoltre 133 terreni per un'estensione complessiva di 60 ettari, e 220 fabbricati. Si tratta in parte degli immobili in cui si trovano magazzini e decine di punti vendita "Despar" facenti a capo a Grigoli, e sequestrati come attivita' economiche il 20 dicembre alla societa' "Gruppo 6 Gdo", sempre controllata da Grigoli. (AGI)
mercoledì 30 gennaio 2008
Cosa nostra e informazione
Mafia, il direttore di TeleJato, preso a calci e pugni ieri sera a Partinico.
Giuseppe Maniaci, le cui condizioni non sono gravi, ha riportato contusioni ed escoriazioni in diverse parti del corpo.
Il giornalista ha raccontato agli investigatori di essere stato avvicinato ieri sera in via Di Benedetto, a Partinico (Palermo), da alcuni giovani e di avere riconosciuto, tra gli aggressori, uno dei figli del boss mafioso Vito Vitale.
Maniaci ritiene che l'episodio sia collegato alla messa in onda su TeleJato di un servizio sui lavori avviati dal comune di Partinico su un terreno in zona Vallegrande dove si trovavano alcune stalle di proprietà dei Vitale confiscate dallo Stato.
Giuseppe Maniaci, le cui condizioni non sono gravi, ha riportato contusioni ed escoriazioni in diverse parti del corpo.
Il giornalista ha raccontato agli investigatori di essere stato avvicinato ieri sera in via Di Benedetto, a Partinico (Palermo), da alcuni giovani e di avere riconosciuto, tra gli aggressori, uno dei figli del boss mafioso Vito Vitale.
Maniaci ritiene che l'episodio sia collegato alla messa in onda su TeleJato di un servizio sui lavori avviati dal comune di Partinico su un terreno in zona Vallegrande dove si trovavano alcune stalle di proprietà dei Vitale confiscate dallo Stato.
La diffida di Cuffaro
no alla messa in onda de "la mafia è bianca"
LA DIFFIDA DI CUFFARO
ANSA - ROMA, 29 GENNAIO - I legali di Cuffaro hanno diffidato la Rai dal mandare in onda le parti dell'inchiesta “La mafia è bianca” in cui viene ritratto lo stesso ex governatore della Sicilia.
“Da alcune anticipazioni della redazione - si legge nel testo nella diffida inviata al direttore generale Claudio Cappon e al direttore di Raidue Antonio Marano - è stata resa nota infatti l'intenzione di mandare in onda taluni brani del dvd in argomento, contenente una ricostruzione suggestiva tendente a descrivere l'on. Cuffaro quale soggetto colluso o quanto meno collegato alla mafia. L'intero impianto del dvd, allusivo e insinuante, accompagnato da tecniche di ripresa e colonna sonora a effetto fornisce una versione dei fatti volta a suggerire allo spettatore l'idea di una vicinanza tra l'on. Cuffaro e Cosa Nostra, smentita dall'azione amministrativa e politica del Governo dallo stesso presieduto, ed una sostanziale anticipazione colpevolista delle conclusioni della magistratura relative alla vicenda giudiziaria, ancora non conclusa che ha riguardato lo stesso”.
“Considerato - prosegue il documento - che detto collegamento è da ritenersi altamente diffamatorio per qualunque cittadino ed ancor più nel caso dell'on. Cuffaro che ha rappresentato la massima carica istituzionale della Sicilia facendo del contrasto agli interessi criminali uno degli obiettivi principali del proprio operato politico e amministrativo, vi diffidiamo, pertanto dal trasmettere l'immagine dell'on. Cuffaro accostata o inserita all'interno di contesti di mafia così come emerge dal contesto dell'opera editoriale in questione”.
In caso contrario, spiegano i legali, l'on. Cuffaro promuoverà le azioni giudiziarie a difesa della propria immagine e della propria reputazione. (ANSA)
I legali di Salvatore Cuffaro hanno pienamente ragione nel ritenere gravissimo l’accostamento dell’ex Governatore della Sicilia ad esponenti del mondo mafioso, come Angelo Siino, a cui Cuffaro si è rivolto alla ricerca di voti. O come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Domenico Miceli, Michele Aiello.
Per evitare scomodi accostamenti, forse Cuffaro avrebbe fatto meglio a non frequentarli, gli ambienti mafiosi.
LA DIFFIDA DI CUFFARO
ANSA - ROMA, 29 GENNAIO - I legali di Cuffaro hanno diffidato la Rai dal mandare in onda le parti dell'inchiesta “La mafia è bianca” in cui viene ritratto lo stesso ex governatore della Sicilia.
“Da alcune anticipazioni della redazione - si legge nel testo nella diffida inviata al direttore generale Claudio Cappon e al direttore di Raidue Antonio Marano - è stata resa nota infatti l'intenzione di mandare in onda taluni brani del dvd in argomento, contenente una ricostruzione suggestiva tendente a descrivere l'on. Cuffaro quale soggetto colluso o quanto meno collegato alla mafia. L'intero impianto del dvd, allusivo e insinuante, accompagnato da tecniche di ripresa e colonna sonora a effetto fornisce una versione dei fatti volta a suggerire allo spettatore l'idea di una vicinanza tra l'on. Cuffaro e Cosa Nostra, smentita dall'azione amministrativa e politica del Governo dallo stesso presieduto, ed una sostanziale anticipazione colpevolista delle conclusioni della magistratura relative alla vicenda giudiziaria, ancora non conclusa che ha riguardato lo stesso”.
“Considerato - prosegue il documento - che detto collegamento è da ritenersi altamente diffamatorio per qualunque cittadino ed ancor più nel caso dell'on. Cuffaro che ha rappresentato la massima carica istituzionale della Sicilia facendo del contrasto agli interessi criminali uno degli obiettivi principali del proprio operato politico e amministrativo, vi diffidiamo, pertanto dal trasmettere l'immagine dell'on. Cuffaro accostata o inserita all'interno di contesti di mafia così come emerge dal contesto dell'opera editoriale in questione”.
In caso contrario, spiegano i legali, l'on. Cuffaro promuoverà le azioni giudiziarie a difesa della propria immagine e della propria reputazione. (ANSA)
I legali di Salvatore Cuffaro hanno pienamente ragione nel ritenere gravissimo l’accostamento dell’ex Governatore della Sicilia ad esponenti del mondo mafioso, come Angelo Siino, a cui Cuffaro si è rivolto alla ricerca di voti. O come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Domenico Miceli, Michele Aiello.
Per evitare scomodi accostamenti, forse Cuffaro avrebbe fatto meglio a non frequentarli, gli ambienti mafiosi.
sabato 26 gennaio 2008
venerdì 25 gennaio 2008
martedì 22 gennaio 2008
da il manifesto 20/1/2008: Cuffaro e i padrini con contratto a termine
Mafia e politica: Cuffaro e i padrini con contratto a termine
Giuseppe Di Lello
La prima domanda di un giornalista normale sarebbe stata: «Presidente Salvatore Cuffaro, dunque si sente turbato dalla condanna a cinque anni di reclusione e di interdizione perpetua dai pubblici uffici per aver favorito delinquenti mafiosi del calibro di Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Domenico Miceli e Vincenzo Greco, nonché del suo coimputato l'imprenditore Michele Aiello (prestanome di Bernardo Provenzano) - al quale ha fatto fare affari per miliardi a danno del sistema sanitario regionale siciliano e che è stato insieme a lei, presidente, appena condannato per mafia a ben quattordici anni di reclusione?». E invece no, la prima domanda del giornalista-devoto (ovviamente del telegiornale regionale che paghiamo con il canone) è stata: «Presidente, dunque, si sente sollevato?». E certo che si sente sollevato Totò Cuffaro visto che i giudici lo hanno condannato per favoreggiamento di una miriade di mafiosi, ma non dell'associazione mafiosa nel suo complesso e così con queste credenziali di rigore morale potrà continuare ad amministrare la regione di insediamento di Cosa nostra.
Misteri del manuale di logica utilizzato dai giudici: come se Guttadauro e Aiello, tanto per parlare dei due principali beneficiati delle «soffiate» di Cuffaro, fossero, in rapporto a Cosa nostra, dei dipendenti con contratto a termine o a progetto e non dei boss che gestivano (e gestiscono) gli affari e le sorti di tutta l'organizzazione, due potenti regolatori del sistema di potere della mafia siciliana. Il controllo del territorio da parte di Guttadauro e i proventi delle estorsioni beneficiano solo lui? Le immense ricchezze accumulate da Aiello anche per conto di Provenzano vanno incamerate solo da loro? Sarebbe fantamafia, purtroppo si è convertita in fantagiusizia.
Non meno inquietante di quello giornalistico e giudiziario è il risvolto politico-istituzionale, con un centrodestra che mostra ancora una volta un radicato disprezzo per il rispetto delle regole della corretta e trasparente amministrazione della cosa pubblica quando si tratta di suoi rappresentanti: dagli affari di Berlusconi a quelli di Cuffaro, tutto è normale e giustificabile, niente è illecito o, quantomeno, eticamente riprovevole: quando si additano gli scandali invocano le prove e quando queste arrivano gridano alla persecuzione giudiziaria.
È, comunque, sul grande problema dell'etica politica che questo paese si è impantanato - a destra ma anche a sinistra - e si è allontanato dagli altri paesi ai quali pur bisognerebbe fare riferimento date le affinità di gestione delle istituzioni. Certo, ci sono altre «affinità» per le quali la globalizzazione neoliberista ci avvicina agli altri paesi: lo sfruttamento del lavoro e la precarizzazione, la montante xenofobia, ma nell'etica nella gestione della cosa pubblica alcuni valori, per ora, sono ancora tenuti fermi. Possiamo immaginare che in Francia o in Inghilterra un amministratore pubblico, condannato ad una sì rilevante pena per un reato infamante come il favoreggiamento di noti boss della malavita, resti un minuto al suo posto? Lì non si attenderebbe nemmeno l'esito del processo mentre da noi non basta nemmeno una condanna.
Il caso Cuffaro, dal suo insorgere, avrebbe dovuto determinare la rimozione del governatore essendo stato accertato - senza dubbio alcuno - che questi, in un incontro segreto con Aiello, aveva concordato un prezziario truffaldino di rimborsi sanitari con un rilevante danno per le casse regionali, rimborsi ridotti sino al 50% dopo che la gestione dell'impero sanitario di Aiello era passata ad un amministratore giudiziario. Cuffaro, invece, è ancora lì, fiero della condanna e delle solidarietà incondizionate.
In tempo di emergenza immondizia il fatto, ormai, non ci stupisce ma certo ci indigna, anche se l'indignazione, di per sé, fino ad ora non ha mai migliorato lo stato delle cose.
Misteri del manuale di logica utilizzato dai giudici: come se Guttadauro e Aiello, tanto per parlare dei due principali beneficiati delle «soffiate» di Cuffaro, fossero, in rapporto a Cosa nostra, dei dipendenti con contratto a termine o a progetto e non dei boss che gestivano (e gestiscono) gli affari e le sorti di tutta l'organizzazione, due potenti regolatori del sistema di potere della mafia siciliana. Il controllo del territorio da parte di Guttadauro e i proventi delle estorsioni beneficiano solo lui? Le immense ricchezze accumulate da Aiello anche per conto di Provenzano vanno incamerate solo da loro? Sarebbe fantamafia, purtroppo si è convertita in fantagiusizia.
Non meno inquietante di quello giornalistico e giudiziario è il risvolto politico-istituzionale, con un centrodestra che mostra ancora una volta un radicato disprezzo per il rispetto delle regole della corretta e trasparente amministrazione della cosa pubblica quando si tratta di suoi rappresentanti: dagli affari di Berlusconi a quelli di Cuffaro, tutto è normale e giustificabile, niente è illecito o, quantomeno, eticamente riprovevole: quando si additano gli scandali invocano le prove e quando queste arrivano gridano alla persecuzione giudiziaria.
È, comunque, sul grande problema dell'etica politica che questo paese si è impantanato - a destra ma anche a sinistra - e si è allontanato dagli altri paesi ai quali pur bisognerebbe fare riferimento date le affinità di gestione delle istituzioni. Certo, ci sono altre «affinità» per le quali la globalizzazione neoliberista ci avvicina agli altri paesi: lo sfruttamento del lavoro e la precarizzazione, la montante xenofobia, ma nell'etica nella gestione della cosa pubblica alcuni valori, per ora, sono ancora tenuti fermi. Possiamo immaginare che in Francia o in Inghilterra un amministratore pubblico, condannato ad una sì rilevante pena per un reato infamante come il favoreggiamento di noti boss della malavita, resti un minuto al suo posto? Lì non si attenderebbe nemmeno l'esito del processo mentre da noi non basta nemmeno una condanna.
Il caso Cuffaro, dal suo insorgere, avrebbe dovuto determinare la rimozione del governatore essendo stato accertato - senza dubbio alcuno - che questi, in un incontro segreto con Aiello, aveva concordato un prezziario truffaldino di rimborsi sanitari con un rilevante danno per le casse regionali, rimborsi ridotti sino al 50% dopo che la gestione dell'impero sanitario di Aiello era passata ad un amministratore giudiziario. Cuffaro, invece, è ancora lì, fiero della condanna e delle solidarietà incondizionate.
In tempo di emergenza immondizia il fatto, ormai, non ci stupisce ma certo ci indigna, anche se l'indignazione, di per sé, fino ad ora non ha mai migliorato lo stato delle cose.
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